Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta di una lettrice.

“Scrivo questa lettera aperta come figlia di un malato di Alzheimer che, dopo un ricovero ospedaliero, è stato accolto in una CRA del territorio ravennate.

Una struttura che si presenta moderna, luminosa, definita “un’eccellenza”. Ma l’esperienza vissuta in questi mesi ha mostrato una realtà ben diversa: disservizi gravi, mancanza di personale, scarsa umanità.

Nel reparto dedicato alle demenze la situazione era sostenibile. Ma dopo il trasferimento nel reparto a contratto privato, mio padre è stato spesso trascurato, lasciato solo, senza igiene adeguata, senza i propri vestiti ma con quelli “della comunità”, senza stimoli, senza relazione.

Per settimane io, mia madre e mia sorella ci siamo alternate ogni giorno per aiutarlo a mangiare, perché diversamente avrebbe fatto fatica ad alimentarsi..

E questo valeva, valeva anche per altri ospiti: anziani fragili trattati come presenze silenziose, mai chiamati per nome, osservati da lontano, spesso ignorati.

Abbiamo segnalato più volte tutto questo ai coordinatori, ricevendo risposte che parlavano di “parametri regionali” e “difficoltà nel reperire personale”. Ma nessuna spiegazione può giustificare il venir meno alla dignità e ai bisogni essenziali di chi non può più difendersi.

Solo recentemente, scorrendo l’infinita graduatoria del sistema pubblico, mio padre è stato trasferito in un’altra struttura, dove fin dai primi giorni ha ritrovato attenzione e cura.

Ma ciò che abbiamo visto non può essere taciuto, anche per chi non può esporsi perché non ha alternative.

Perché una CRA non dovrebbe essere una “scatola bella” ma vuota: dovrebbe essere una casa, un luogo di protezione, di rispetto, di umanità.
E l’umanità non è un optional: è il cuore stesso della cura.

La fragilità non è una colpa.

La vecchiaia non deve mai diventare un luogo di abbandono.

Perché il modo in cui trattiamo i nostri anziani racconta chi siamo davvero.”

Silvia Pagliai