Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Ivano Mazzani.
“Mi chiamo Mazzani Ivano sono ormai 36 se no 37,che faccio l’educatore professionale a livello scolastico ultimamente alle superiori.
Di verità in tasca non ne ho, non ci penso e non giudico, però sentire un presidente di una grande nazione che si definisce democratica, e che ha anche una storia di democrazia, che afferma. Io odio il mio avversario o che permette violenza a casa propria e decidere in maniera pulsiva, arrogante di intervenire a casa d’altri con la violenza le armi e la sopraffazione e che la casa degli altri sia solo merce da acquistare o di risorse da portare a casa propria.
Ecco in questo contesto che sembra così distante: Nascono non solo le violenze ma i pensieri aggreganti ed insinuanti che si esprimono spesso con tale violenza che diventa legittima e considerata naturale nel modo di porsi e di agire.
Poi c’è il contesto delle nostre società, che mettono la vita delle persone che siano anziani o giovani o adulti, dentro alla vita quotidiana attraverso tante difficoltà, precarizzano, ed insegnano che la tua vita personale deve essere difesa i in tutte le modalità con un autodifesa che si può comprendere, ma che non aiuta a cambiare le cose, di quella vita che spesso non da futuro e speranza e qui nascono frustrazioni semplificazioni, azioni contraddittorie e piene di lacerazioni e di dolore e anche diciamo così “sconsiderate” e agite con azioni lesive verso gli altri.
A scuola, quanto guardo gli occhi dei ragazzi e delle ragazze, vedo anche le loro paure, i loro smarrimenti, ma anche la loro richiesta Vitale di essere avvicinati, ascoltati, sentiti non giudicati non valutati solo come umani che devono avere un profitto scolastico.
La condizione della vita a scuola anche per gli adulti è complessa complicata.
Non voglio allargarmi oltre perché non voglio dare giudizi.
Le difficoltà che si vivono nella società, si riflettono nella scuola quale si chiede di rispondere a qualsiasi difficoltà e disagio, capita anche che ci siano insegnanti che evadono dal ruolo di insegnanti educatori.
Non voglio fare processi all’intenzione, le persone a scuola spesso sono sole nella condizione che chiudersi dentro di sé, sia la risposta adatta.
Parlando sempre degli insegnanti e di quel flusso continuo di flessibilità e precarietà didattica e pedagogica, sono dentro a una situazione di effetto che non dà nessuna sicurezza di stabilità al loro ruolo, che non permette un principio di dialogo reciproco, se non un’attenzione spesso a un discorso di chi si salvi chi può.
Cercando la garanzia individuale e di tutela estrema del proprio status quo, umana ragione, che però diventa barriera e paura per una disponibilità a incarnare anche l’altro o l’altra.
Poi ci sono insegnanti che ce la mettono tutta ma a volte si trovano in una condizione più forte di loro e anche la scuola diventa momento di clausura di se stessi e di se stessa.
Come vivessero in una monade e non un contesto in una comunità così complessa e diffusa, la volontà di esserci anche da parte di questi insegnanti, in questa condizione e situazione non sempre è sufficiente per mettercela tutta.
E anche in queste diverse situazioni che la scuola, spesso viene declamata come entità che ripara e interviene su problemi sociali e esistenziali.
Per me c’è bisogno nella scuola di una comunità interagente che si sostiene e affronta le diversità e le criticità, così si cerca di non lasciare soli e indietro nessuno.
Non saranno certamente i metal detector ad affrontare i problemi così difficili e complicati, che attraversano il mondo della scuola e le relazioni. Una risposta sicuritaria è una risposta che non solo non modifica la realtà in positivo, ma impone schemi rigidi e pretesti per una falsa libertà delle persone e della vita scolastica.
Come cantava Giorgio Gaber illuminato e sensibile cantautore la libertà non è stare sopra un albero la libertà è partecipazione e questa partecipazione deve avere come fondo un Umanesimo capace di sensibilità, di non violenza e di relazione capace di sentirsi empaticamente figli al di là dell’età, di una visione dell’altro e dell’altra. Come essere che sta in noi.”

























































