“Quello di oggi è il 60esimo anniversario del disastro del Vajont. Ravenna in Comune lo ricorda ogni anno per l’entità del numero delle vittime e la causa umana che provocò l’annientamento della vallata veneta che dal torrente Vajont prende il nome. Vennero distrutti i borghi di Frasègn, Le Spesse, Il Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana, San Martino e la parte bassa dell’abitato di Erto. Nella valle del Piave vennero rasi al suolo i paesi di Longarone, Pirago, Faè, Villanova, Rivalta. Molti altri paesi furono duramente colpiti: Codissago, Castellavazzo, Fortogna, Dogna, Provagna, Soverzene, Ponte nelle Alpi, sino a Belluno. Un disastro epocale tutto da imputare alla cupidigia umana che costruì una diga per realizzare un bacino idroelettrico dove non doveva essere costruita. Nel febbraio 2008, durante l’Anno internazionale del pianeta Terra, dichiarato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il disastro del Vajont venne scelto come rappresentativo «delle conseguenze dell’incapacità di ingegneri e geologi di comprendere la natura del problema che stavano cercando di affrontare. Durante il riempimento del bacino un blocco di circa 270 milioni di metri cubi si staccò da una parete e scivolò nel lago ad una velocità fino a 30 metri al secondo (circa 110 chilometri all’ora). Di conseguenza, un’onda superò la diga di 250 metri e si riversò nella valle sottostante, provocando la perdita di circa 2.500 vite umane. La diga è rimasta intatta dopo l’alluvione ed è lì ancora oggi. Una corretta comprensione della geologia della collina avrebbe impedito il disastro».

Molto altro si è detto e si potrebbe dire sul disastro del Vajont. Come Ravenna in Comune scegliamo quest’anno di prendere come punto di riferimento l’aspetto della valutazione erronea dei rischi. E la riportiamo ad una delle tante occasioni di grave rischio industriale che sempre più affollano (invece di diminuire) l’orizzonte di Ravenna. Abbiamo sostenuto, assieme ad associazioni, gruppi tematici e forze politiche, la richiesta dell’Ing. Riccardo Merendi per l’annullamento della delibera del Consiglio Comunale di Ravenna, dell’intesa Stato Regione e, di conseguenza, del decreto di approvazione finale firmato dal Commissario Straordinario relativo alla realizzazione e alla gestione per un quarto di secolo del rigassificatore di Ravenna. La ragione sta nei rischi che comporta l’esame affrettato su cui il procedimento si è fondato che non ha permesso la correzione degli errori che vengono continuamente scoperti nella documentazione, sino alla compresenza di due progetti tra loro diversi per la parte a terra. La stessa fretta ha impedito lo svolgimento sia della Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) che quella di accertamento dei rischi di incidente rilevante (RIR – Seveso).

La stessa cupidigia che fece chiudere gli occhi a chi di dovere 60 anni fa, muove gli interessi nella realizzazione di un altro grande impianto per la produzione di energia elettrica come quello del rigassificatore di Ravenna da un miliardo di euro. Ravenna in Comune è in buona compagnia a ritenere che la vita della comunità ravennate valga molto di più di un miliardo di euro. Il disastro del Vajont avvenuto nella notte del 9 ottobre 1963 dovrebbe servire da monito anche per chi, come il Sindaco, continua a raccontare della «fiducia cieca e incondizionata nei confronti degli enti» che in fretta e furia hanno dato il via libera.”

Ravenna in Comune