“C’è tanto denaro che gira e finisce nelle tasche di chi si mette al servizio di chi apre il portafoglio. Accade nel mondo, in Italia e anche a Ravenna. La storia della Palestina, tra le altre, è una di quelle in cui il denaro svolge una parte importantissima. Lo ha denunciato a chiare lettere, facendo nomi e cognomi, anche di casa nostra, Francesca Albanese in un recentissimo report. È sempre stato così, fin da quando a cavallo tra il XIX e il XX secolo i grandi fondi dell’ebraismo internazionale acquistavano la terra palestinese da chi neanche l’abitava per poi sfrattarvi la popolazione palestinese che di quella terra viveva. Viene in mente anche questa storia quando leggiamo che il Governo israeliano ha pagato 45 milioni di dollari una campagna pubblicitaria a Google e YouTube per ripetere all’infinito la bugia che non c’è fame a Gaza. Altri 3 milioni di dollari li ha intascati X allo stesso scopo. Del resto Google si tiene stretti i soldi israeliani sin da quando, nel 2021, ha sottoscritto (assieme ad Amazon) un contratto del valore di 1,2 miliardi di dollari con finalità militari: si tratta del progetto Nimbus denunciato da Albanese nel suo rapporto. Tutto questo, come detto, è messo nero su bianco nel rapporto Albanese:
«Un elenco di facilitatori – società finanziarie, di ricerca, legali, di consulenza, mediatiche e pubblicitarie – da tempo coinvolti nel sostenere l’occupazione coloniale attraverso l’informazione, le narrazioni, le competenze e gli investimenti, hanno continuato a sostenere, trarre profitto e normalizzare un’economia che opera in modalità genocida».
Si capisce perché Google, per bocca del cofondatore Sergey Brin, abbia provato a liquidare queste denunce precise e puntuali come “spazzatura antisemita”. Né deve stupire, a questo punto, che una campagna finanziata dal Governo israeliano provi a screditare l’organizzazione filo-palestinese nota come Hind Rajab Foundation, che raccoglie le prove dei crimini di guerra israeliani e si batte per un’azione penale internazionale. La campagna, denominata “Smascherare la Hind Rajab Foundation”, butta fango sull’organizzazione mettendo in giro la falsa notizia di «profondi legami con ideologie estremiste e organizzazioni terroristiche».
La Hind Rajab Foundation prende il nome da una delle migliaia di bambine palestinesi assassinate dall’IDF a Gaza. Il 18 febbraio 2024 Ravenna in Comune era stata tra i primi in Occidente a rilanciare la sua storia, fino a quel momento ancora veicolata soltanto dai media arabi. Scrivevamo (“Il regalo – cose fuori dal comune”):
«Tra le tante storie che non si raccontano nei telegiornali italiani, che invece non mancano mai di iniziare con un riferimento al 7 ottobre, c’è la storia di Hind. Hind Rajab, una bambina palestinese di 6 anni, il 29 gennaio scorso ha chiamato la Palestine Red Crescent Society, il corrispettivo della Croce Rossa, implorando: «Sono così spaventata, per favore venite. Per favore, chiamate qualcuno che venga a prendermi». L’operatrice della Mezzaluna Rossa ha parlato al telefono tre ore con la bambina nel tentativo di tranquillizzarla mentre veniva organizzato il soccorso per raggiungerla ai sobborghi di Tal al-Hawa, a sud di Gaza City. Era l’unica superstite in un’auto civile deliberatamente colpita dagli israeliani. Solo dopo aver ottenuto l’assenso al soccorso da parte degli israeliani è stata inviata l’ambulanza. Ci sono voluti 12 giorni perché si potesse accertare cosa ne era stato dopo che si erano persi tutti i contatti. Il 10 febbraio l’auto e l’ambulanza sono state raggiunte e ritrovate crivellate di proiettili. Nessuno degli occupanti dell’auto, compresa Hind, e nessuno dell’equipaggio dell’ambulanza inviata per il soccorso è sopravvissuto al deliberato assassinio».
La sua storia è stata portata alla Biennale di Venezia (“The voice of Hind Rajab” di Kaouther Ben Hania) dove ha fatto il pieno di premi, tra cui il Leone d’Argento. Oltre a raccogliere applausi (22 minuti, praticamente un quarto della sua intera durata), ha raccolto anche veleni dai media filo israeliani di casa nostra. In particolare si è distinto Il Foglio, megafono della propaganda israeliana in Italia, con affermazioni vergognose (qui il link https://www.ilfoglio.it/cinema/2025/09/05/news/far-singhiozzare-non-basta-per-vincere-il-leone-d-oro-ne-per-fare-cinema-8057217/ ). L’autrice (che per sua stessa ammissione non è nemmeno una giornalista) si definisce vittima di una campagna di fango perché forse si aspettava che nessun giornalista si sarebbe distaccato dalla linea (qui il link https://www.ilfoglio.it/cinema/2025/09/08/news/diario-di-una-stronza-complice-di-genocidio-per-aver-raccontato-un-film-806613 ).
Come insegnava Giovanni Falcone (parlando di mafie), per trovare le complicità bisogna star dietro ai soldi. Soldi che sappiamo girare anche a Ravenna, come denunciato (ancora una volta) da Albanese: «Un esempio di come prospera il sistema dell’impunità: l’UE Horizon finanzia Rafael attraverso un progetto che coinvolge il Ministero della Difesa israeliano e l’Università di Tel Aviv. Tra i partner figurano diverse istituzioni, tra cui l’Autorità Portuale di Ravenna (Italia)». Ne ha conseguentemente fatto seguito una raccomandazione della stessa Albanese, fino ad ora abbondantemente disattesa: «Richiamo con urgenza le Autorità ravennati e gli altri soggetti coinvolti a concludere immediatamente questo progetto e chiedo alla Commissione UE di smettere di finanziare aziende criminali».
Tra i giornalisti con la schiena diritta c’è Linda Maggiori, autrice di fondamentali inchieste sui traffici sporchi di armamenti verso Israele che transitano anche dal porto di Ravenna. Dalla sua indagine (“Undersec, la sicurezza portuale in mano a Israele. Il ruolo di Ravenna e dei partner”), effettuata sul progetto denunciato da Albanese, risulta che: «L’autorità portuale di Ravenna (così come gli altri “utilizzatori finali”) viene inoltre “addestrata” dall’Università di Tel Aviv all’uso delle tecnologie di sicurezza marina e sottomarina. Tra le varie tecnologie di punta, come si legge nel report tecnico, ci sono i modem acustici subacquei di Rafael (modello Broadlink). Modem che, secondo la stessa Rafael, sono stati “testati in battaglia” per scovare intrusi, e sono in dotazione alle forze speciali navali dell’esercito israeliano e alle “Special forces command boat”, le imbarcazioni militari d’assalto, che tra le altre cose hanno assaltato anche le navi umanitarie della Freedom Flotilla. Rafael ha inoltre il compito di gestire i dati ottenuti dai sensori, processarli con algoritmi di intelligenza artificiale e individuare i bersagli».
Per tagliare questo e altri flussi di denaro che ci legano al Paese criminale che sventola la stella di Davide, non crediamo che servirà a qualcosa la timida promessa con cui Ursula von der Leyen ieri ha ipotizzato una «sospensione parziale dell’accordo di associazione per quanto riguarda le questioni commerciali» con Israele, riconoscendo allo stesso tempo «che non sarà facile trovare una maggioranza di stati membri per adottare queste misure».
Per questo, come Ravenna in Comune, abbiamo aderito alla manifestazione “Fuori Israele dal porto di Ravenna. Manifestazione contro il traffico di armi e contro Undersec” organizzata dal Coordinamento Bds Ravenna (Movimento italiano per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro l’apartheid israeliana). Si terrà a Ravenna il 16 settembre ore 17.30 con ritrovo in Darsena di Città, lato stazione, lo stesso giorno in cui proprio a Ravenna, in un luogo segreto e a porte chiuse, si incontreranno tutti i partecipanti al progetto Undersec denunciato da Albanese. Daremo informazione di tutto ciò questa sera, 11 settembre, dalle 20.30, partecipando alla serata “Contro le guerre imperialiste” organizzata a Russi, in via Aldo Moro n.1, dall’Associazione di Amicizia Italia – Cuba (circolo ravennate “Vilma Espin Guillois”).
Interrompiamo ogni legame con Israele. Facciamo di Israele il paria del mondo.”























































