Finisce agosto con cinque lavoratori schiacciati da un treno e inizia settembre con un altro schiacciato da un camion. Lungo un binario in quel di Brandizzo sono morti i primi e nel porto di Ravenna ha subito l’amputazione di una gamba il secondo. In mezzo ci stanno parole su parole che si sono già sentite cento mille volte. L’Osservatorio indipendente dei morti su lavoro al 31 agosto ne registrava complessivamente 951 di cui 626 morti sui luoghi di lavoro e gli altri in itinere. I morti contabilizzati sono la punta di un iceberg, sono quanto non si può nascondere della miriade di cosiddetti “incidenti” su lavoro che si verificano nel nostro Paese. L’INAIL ne riporta solo una parte: quelli che vengono denunciati dalle imprese assicurate presso l’Istituto. Il nero, il grigio, i non assicurati, tutto questo sfugge, così come non comprende nel conto quelli occultati, nascosti, spostati per simulare un malore e così via. Pinze che si aprono e coil che precipitano, bancali che si rovesciano, urti e ribaltamenti restano spesso confinati tra le recinzioni di un cantiere, nel magazzino di un terminal o nei piazzali della fabbrica.

Da chi ricopre o ha ricoperto posizioni nel Governo o nel Parlamento o nella Magistratura non sopportiamo più di sentire vuote retoriche ripetitive parole di finta condanna rammarico lutto. Non si può continuare a sentire che si è raggiunto il limite, che è un oltraggio, che non se ne può più… in attesa che ricomincino da capo la volta dopo. Perché potrebbero fare qualcosa se volessero e se non lo fanno è perché non lo vogliono. Perché sono pienamente parte del sistema che mette prima i soldi dei padroni delle vite dei lavoratori. Quante volte un padrone, un padrone vero, non un manager, è stato condannato ed ha scontato una pena carceraria per il ferimento o la morte di un lavoratore? Al più chi ci va di mezzo è qualche altro lavoratore o, rarissimamente, un capo o un capetto messo apposta di mezzo per allontanare chi intasca i profitti dalle conseguenze di quanto ha fatto (e non avrebbe dovuto) o non ha fatto (e sarebbe stato necessario).

Ma non sopportiamo più nemmeno parole di circostanza ricorrenza condoglianze da chi ricopre o ha ricoperto posizioni nelle Istituzioni locali o nel Sindacato o negli Enti preposti che quegli stessi padroni con i bilanci in cui la voce “sicurezza” ha uno spazio ridicolo trattano come imprenditori, come investitori sul territorio come soggetti degni di lode.

Ravenna in Comune ha messo tra i punti del proprio programma nella consigliatura scorsa la realizzazione di un Osservatorio sulla sicurezza e legalità del lavoro. Si tratta di un obiettivo centrato a livello di consiglio comunale che senza voti contrari ha approvato la nostra proposta il 18 giugno 2019 vincolando il Sindaco a farsene carico. Il Sindaco ha scaricato prontamente l’impegno sulla Prefettura e da allora tutti i prefetti che si sono succeduti hanno dichiarato l’inizio delle attività per poi lasciarle spegnere nel dimenticatoio. Torniamo a chiedere conto al Sindaco del rispetto di quanto gli incombe per democratica e vincolante decisione dell’organo consigliare.

Ieri, 1° settembre, nello stesso giorno in cui un lavoratore è stato portato in elicottero al Bufalini con codice di massima gravità dal porto di Ravenna, si celebrava il ricordo di una delle morti che più hanno fatto male a Ravenna e nel porto. Era infatti il 17° anniversario dalla morte di un ragazzo, Luca Vertullo, avvenuta nel primo giorno di lavoro, mentre imparava il mestiere di portuale nella stiva di un traghetto. Aveva 22 anni nel 2006, la stessa età del più giovane dei morti di Brandizzo. Luca, lavoratore precario avviato da un’agenzia interinale, moriva investito da un rimorchio. Dopo 10 anni dei 16 indagati ne risultarono definitivamente condannati due: il proprietario del rimorchio e il comandante della nave. Nessun “padrone”, come spesso accade, risultò penalmente colpevole. Le cause furono ricondotte alla rampa sporca su cui scendeva il trattore e al fatto che il rimorchio fosse sovrappeso. Solo dopo “l’incidente” fu installata una pesa per evitare il sovraccarico fraudolento dei rimorchi effettuato per ridurre i costi del trasporto. Gli “incidenti” non esistono e gli assassini restano sempre in libertà.