Italia Nostra Ravenna denuncia il mancato rispetto delle regole e delle normative di sicurezza per contenere il contagio del coronavirus messe in atto da qualche anonimo cittadino nella pineta Ramazzotti dove sono stati trovati residui di falò, bivacchi e tracce di passaggi di biciclette:

“Riaperte le pinete, qualche giorno fa è arrivata la segnalazione da parte di alcuni cittadini della presenza di un bivacco, con tronchi bruciati e carboni, tra la pineta Ramazzotti di Lido di Dante e la spiaggia. Sono stati prontamente avvisati gli enti competenti ed i Vigili del Fuoco. Ora, a spiagge chiuse e a “fase 2” dell’emergenza Covid appena iniziata, nonostante i tanti controlli sui nostri territori, è a dir poco inquietante che possano accadere episodi del genere, specialmente in una Riserva Naturale dello Stato, zona di Parco del Delta del Po, che dovrebbe essere il rifugio privilegiato dell’avifauna e che è stata protagonista nel 2012 di uno dei più tragici incendi patiti dal patrimonio naturale dell’intera Nazione.

Vengono poi segnalati cani liberi e tracce di biciclette sulla spiaggia: nessun rispetto da parte di alcuni per la Riserva e per la nidificazione in corso. In assenza di vigilanza e a spiagge chiuse da mesi, è possibile che qui gli accessi incontrollati, anziché calati siano addirittura aumentati.

Lo scorso anno erano stati avvistati  beccacce di mare, fraticelli e fratini anche a nord della foce del Bevano, quest’anno? Eppure, secondo quanto riportato dalla stampa, sono stati trovati nidi di fratino anche a Marina di Ravenna, come era presumibile visto il disturbo antropico pressoché azzerato.

La situazione quindi si preannuncia per quest’anno delle più difficili e fuori controllo.

Ricordiamo il “CoastView Project”, finanziato con Fondi europei e sostenuto dalla Regione Emilia Romagna e dall’Università di Bologna, per “analizzare e compatibilizzare in un quadro integrato le diverse componenti della costa indirizzando tutte le attività del sistema costiero verso la sostenibilità ambientale, economica e sociale”, grazie a cui, nei primi anni 2000 sono state attivate quattro telecamere installate su una torretta tra la spiaggia concessionata e la spiaggia libera. Che fine ha fatto quell’importantissimo investimento?

Ricordiamo inoltre l’ “Adriatic Holistic Wildfire Protection” per la “Protezione e Prevenzione dei rischi naturali nell’area adriatica e in particolare del rischio incendi e sismici”, del 2013, a cui ha partecipato il Parco del Delta del Po, che ha ricevuto un finanziamento di oltre 500 mila euro. Anche qui, con quali risultati? Non è possibile riattivare le telecamere per la messa in sicurezza delle nostre zone più preziose?

Infine, i cittadini hanno segnalato che il pennello di oltre 100 metri di lunghezza in pali di castagno recentemente realizzato sta “perdendo i pezzi”. A quanto sembra, infatti, alcuni pali del pennello appaiono fuori sede e, una volta definitivamente sfilati, essendo lunghi diverse decine di metri, possono costituire un serio pericolo per la navigazione. Altri soldi buttati per un progetto sbagliato?

   

Leggiamo su un articolo on line del quodiano “La Repubblica” del 26 maggio 2018: “L’ottima protezione del porto è dovuta alla costruzione di un muro paraonde lungo la diga Sud, che insieme al molo sovraflutto (protetto anch’esso da un muro paraonde) unitamente alla conformazione del porto stesso di Ravenna caratterizzato da un’imboccatura protetta da due dighe convergenti lunghe 3,8 km, rendono Marinara uno dei porti più sicuri e protetti del Mediterraneo”. Un porto turistico certamente sicurissimo, peccato che il muro paraonde non esista, né sulla diga sud né sul molo sovraflutto!

In occasione degli annunciati lavori e riasfaltatura del tratto iniziale di circa 2 chilometri della diga foranea Sud Zaccagnini, per i quali il Comitato cittadino e la Pro Loco di Marina di Ravenna hanno domandato un adeguato posticipo, chiediamo quindi all’Autorità di Sistema Portuale, ma anche al Comune di Ravenna e alla società concessionaria dell’area demaniale su cui sorge Marinara, in che modo sia possibile garantire la sicurezza dei cittadini in assenza di un’opera che, lo ricordiamo, era stata obbligatoriamente richiesta dal Genio Civile Opere Marittime e confermata dal parere del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici nella concessione demaniale sipulata dall’Autorità Portuale con la concessionaria Seaser nel 1998, e poi ripresa dalla concessione seguente del 2005. Tale muro, alto 1,3 metri e spesso 80 centimetri, sarebbe dovuto servire a difendere il porto turistico dalla tracimazione biennale, dall’ “onda lunga centenaria” e a protezione dai marosi periodici di scirocco.

Ebbene, di quest’opera, pare già pagata oltre un milione di euro, nessuna traccia.

Gli enti competenti spieghino perché ai cittadini, e come provvedono, in sua assenza, alla sicurezza del porto turistico, anche rispetto alla forza dei cambiamenti climatici in atto”.